Che il sipario si alzi Email



Se parlare degli architetti e del ruolo che ricoprono nella società, sollevare interrogativi costruttivi sul loro mestiere e sul loro rapporto con i cittadini e i committenti, è compito spinoso anche per chi l'architettura la frequenta quotidianamente, figuriamoci per chi si occupa di teatro: una vera e propria sfida, altroché.
Una sfida resa ancora più intricata e stimolante dalla necessità di creare uno spettacolo che possa parlare non solo agli addetti ai lavori, e che, con un linguaggio accessibile ma non superficiale, metta letteralmente "alla ribalta" alcuni temi centrali dell'odierna discussione intorno all'architettura.

Lo spunto di partenza suggerito dalla Fondazione per l'architettura di Torino è stata la riflessione su una sorta di "scollamento" oggi avvertibile tra il professionista e la committenza, una sorta di "incomunicabilità" tra chi progetta l'architettura e chi è destinato ad usarla.
Sollecitati dagli stimoli di Nina Bassoli e Davide Tommaso Ferrando, architetti e curatori, abbiamo quindi individuato tre nuclei di riflessione utili a indagare il ruolo dell'architetto e il senso del suo lavoro rispetto alla comunità: la "bellezza", intesa come capacità di pensare e creare luoghi percepiti da tutti come piacevoli, armonici e utili; la "scarcity", termine di difficile traduzione che sta ad indicare la capacità di non abbandonare la qualità anche in scarsità o assenza di risorse; la "coprogettazione", ovvero tutto l'insieme delle pratiche progettuali e costruttive volte ad includere la comunità degli utenti, accogliendone istanze ed esigenze.

Ma come tradurre teatralmente questo materiale, per di più in uno spettacolo semplice e divertente?
Siamo partiti dai diretti interessati: i cittadini. I tre temi sono stati declinati in tre differenti domande, che abbiamo posto ai cittadini, per strada, registrandone le risposte: "Quand'è che un'architettura è bella?"; "Quanto contano i soldi per fare buona architettura?"; "È possibile che architetto e committente progettino insieme?". Per chiudere con la domanda delle domande: "A cosa serve l'architetto?".

Il materiale raccolto, estremamente variegato, ci ha dato l'idea di mettere in scena proprio la voce di chi sull'architettura si interroga dall'"esterno": ognuno dei temi, ispirati dalle risposte dei cittadini, viene introdotto sulla scena da altrettante piccole scene, dalle quali scaturiscono dubbi e domande. Il nostro tentativo è stato quello di non essere didascalici, ma di usare anzi lo strumento del teatro per veicolare interrogativi complessi con un linguaggio semplice, ironico e anche un po' spiazzante; i due personaggi in scena partono da ordinarie situazioni quotidiane, apparentemente lontane dal tema dell'architettura, per avventurarsi in discussioni, azioni o giochi linguistici che li portano a formulare domande ricche di implicazioni. Che è il nostro modo per dire che l'architettura e le questioni che la riguardano fanno parte della quotidianità di tutti.

Ogni domanda verrà quindi sviluppata in scena dai due curatori che, supportati da un ricco repertorio iconografico, aiuteranno i due personaggi a risolvere, o almeno chiarire, il grande, amletico interrogativo: "Ma l'architetto serve? E se serve, a cosa serve?".
Buon divertimento!

Davide Barbato
Regista

04/06/16


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